Lectio Divina: Gesù ne ebbe compassione, tese la mano e lo toccò

BibbiaVI Domenica del Tempo Ordinario

Nella liturgia di questa VI domenica continuiamo a contemplare Gesù che guarisce e questa volta mentre risana un uomo colpito dalla lebbra. La cura di Gesù è per tutta la persona, corpo, anima e spirito, guarendola Egli la restituisce integra al circuito delle relazioni da cui è stata privata. La prima lettura tratta dal Levitico ci presenta la legislazione circa i malati di lebbra, una legge escludente che priva il malato di lebbra dalle relazioni e dal contesto sociale. Gesù non può accettare tale esclusione e toccando il lebbroso, che a lui si rivolge con totale fiducia, prova compassione e lo guarisce. Toccare un lebbroso era proibito per la paura del contagio, ma Gesù supera ogni legge e accetta il rischio di essere egli stesso emarginato. Nella 2° lettura Paolo ci invita a fare tutto per la gloria di Dio, senza cercare il proprio interesse ma quello degli altri. Il Salmo 31 ci fa pregare rivolgendoci direttamente al Signore: “Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia”.

Se vuoi, puoi purificarmi!

“40 Allora venne [viene] a lui un lebbroso:. 41 Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». 42 Subito la lebbra scomparve ed egli guarì”.
Un uomo malato di lebbra si avvicina a Gesù, non si autocommisera ma, con fede, entra in relazione con Gesù. Notiamo che, in greco, il verbo che lo introduce: erkeste è al presente “[viene]” e non venne, ed è lo stesso verbo che si riferisce al «venire» di Gesù in Galilea, ora «viene» un lebbroso, e questo lebbroso ci rappresenta tutti: in lui che viene a cercare Gesù, ci anche siamo noi, esposti a tutti i rischi, intrappolati nel nostro individualismo e “lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». Noi siamo nomadi, senza una dimora stabile, quella dimora che coincide con la confidenza in Cristo. È venuto Gesù, viene il lebbroso, veniamo noi, che fatichiamo ad affidarci totalmente.

Questo malato ha capito che Gesù è diverso da tutti gli altri; ne ha sentito parlare: la fama di Gesù è arrivata fino al deserto dove lui abita, l’ha raggiunto nella sua interiorità, nel tormento della sua malattia, una persona sconfitta secondo i criteri degli uomini, costretto a vivere nella solitudine più profonda. Infatti come troviamo nella prima lettura, tratta dal libro del Levitico, se ne deve stare lontano da tutti gli altri e gridare: “Impuro! Impuro! Non vi avvicinate!”. Questo grido, che la legge impone all’impuro, rivela a Gesù la sofferenza enorme di quest’uomo. L’evangelista Marco vuole sottolineare che proprio questa situazione di umiliazione, di isolamento dagli altri, ha fatto nascere e crescere la fede nell’uomo colpito dalla lebbra. Quanto più uno è discriminato, tanto più sente dentro di sé il desiderio di incontrare Qualcuno, che non lo discrimina come tutti gli altri.

Gesù lascia emergere dalla profondità del suo intimo la compassione, una misericordia viscerale, materna. Infatti il testo greco dice σπλαγχνισθείς splanchnistheis, cioè un movimento delle viscere come quelle di una madre: “Gesù, mosso a compassione” lo tocca con la mano. Un gesto proibitissimo per quanto riguarda il rapporto con i lebbrosi. Lo accarezza con la mano: ”Lo voglio, guarisci E, subito, la lebbra scomparve, ed egli guarì” questo «tocco» indica una solidarietà che interferisce in maniera potentissima con la solitudine derelitta del lebbroso. E, nello stesso tempo, è proprio questa solidarietà di Gesù nei suoi confronti che conferisce alla sua solitudine il valore di un’accoglienza, un luogo di confidenza in cui abitare, perché questa realtà, così provata com’è, è sotto le ali dell’Onnipotente, è presa in braccio dal Dio vivente. Toccata con mano da Gesù, questa sofferenza è acquisita come una manifestazione di tutta la realtà umana, sfaccettata in miriadi e miriadi di vicissitudini diverse, ma comunque analoghe, e questa umanità derelitta è tutta, ormai, alla «presenza» di Dio che si è avvicinata.

Gesù ha capito qual è il desiderio profondo del lebbroso e subito ha come dichiarato: “Quello che desideri tu, lo desidero anch’io; quello che senti tu, lo sento anch’io; tu sei distrutto dalla sofferenza, io sono distrutto con te, condivido con te questa emarginazione, questa espulsione dal consorzio degli uomini, questa umiliazione, questa malattia, di cui non sei affatto colpevole …”. Anche oggi vediamo che molta gente sta male fino alla somatizzazione, fino alla depressione più nera perché non si sente amata; ma basta un sorriso, un segno di amore autentico che l’altro rivive, rinasce, si libera da tutta la tristezza, che lo sta opprimendo. Quando ci si sente amati da Gesù cambia radicalmente la nostra situazione personale: E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

Gesù si lascia toccare, si lascia commuovere. San Paolo dirà che bisogna piangere con chi piange, ma bisogna anche far festa con chi fa festa, gioire con chi gioisce; con l’uomo, Gesù si coinvolge totalmente in tutte le manifestazioni. Egli è venuto per condividere tutto dell’uomo: gioie e dolori, fatiche e speranze.

Guarda di non dire niente a nessuno

“43 E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: 44 «Guarda di non dir niente a nessuno, ma va’, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro»”.

Gesù, dopo averlo guarito, lo sgrida: “ammonendolo severamente” Questo sbuffo di Gesù ci parla della profondità del suo respiro e della larghezza del suo cuore E’ il suo respiro profondo, un sospiro che ha le caratteristiche di un gemito, di un segno forte che dimostra come si allarga lo spazio interiore del suo animo. Naturalmente il gesto è molto energico: addirittura lo scaccia, dice al lebbroso: «Vai!». Che cosa è successo? Come mai Gesù è così duro? In realtà Gesù è molto preoccupato, perché toccando il lebbroso ha dato un segnale molto preciso della sua missione di compassione per gli ultimi, che lo identifica con i disprezzati, con i peccatori, con gli esclusi e sa che questo lo condurrà alla morte. Gesù ha come intravisto ciò che avrebbe vissuto alla fine della vita, ma non è ancora arrivata l’ora, non può permettere che sia anticipata quell’ora. Questo è soltanto l’inizio del suo coinvolgimento, deve dare ancora altri segni della sua solidarietà con le situazioni umane; per il momento è troppo presto, perciò non vuole che si divulghi la guarigione del lebbroso, che può facilmente suscitare fraintendimenti.

In realtà questo lebbroso, ormai ex lebbroso, ancora è sprovveduto e disorientato. Tant’è vero che non fa esattamente quello che Gesù gli ha comandato: “Vai dai sacerdoti, mostra ai sacerdoti che sei guarito a testimonianza per loro, questo è quello che Mosè ci ha ordinato”. Gesù vuole che le cose procedano in maniera coerente e sicura, secondo la Legge deve andare dal sacerdote, che deve analizzarlo, e, una volta che ha verificato la guarigione, deve scrivere il documento, che ne attesta la guarigione.

Gesù da una parte manda il lebbroso guarito dai sacerdoti, ma dall’altra gli dice di presentare il suo testimonium, cioè se stesso guarito dalla lebbra. Il fatto che sia guarito, che ha cambiato vita è un segnale. Per noi è come il segnale della risurrezione, il segnale del credente, che si è lasciato immergere nelle acque battesimali, si è lasciato afferrare dalla mano di Gesù, si è lasciato abbracciare totalmente da Gesù, e si è accorto che in questo abbraccio è nato ad una nuova vita.

Gesù non poteva più entra pubblicamente in una città

“45 Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte”.

Che succede ora? Succede che quest’uomo guarito non fa quel che Gesù gli ha detto Nella novità della sua vita è preso da una forma di entusiasmo: “Allontanatosi cominciò a proclamare e divulgare il fatto al punto che Gesù non poteva più entrare in una città”. Così facendo mette in difficoltà Gesù perchè grida a tutti: Gesù mi ha toccato e mi ha guarito!

Ma toccare un lebbroso significa dire a tutti che Gesù è contagiato dalla lebbra e questo costringe Gesù a dimorare in luoghi deserti, non può più entrare nei centri abitati, è impuro! A questo punto il vero lebbroso è Gesù. È diventato lui il lebbroso che dimora in quei luoghi deserti abitati da tutti gli uomini impuri, ha volontariamente preso su di sé la lebbra degli uomini, la nostra lebbra, l’assume, l’assorbe nel suo corpo, la fa sua! Infatti condividere con l’altro significa anche pagare tutte le conseguenze dell’accoglienza dell’altro. Gesù, che si fa amico dei pubblicani e dei peccatori, viene trattato da pubblicano e da peccatore; Gesù, che tocca e abbraccia il lebbroso, diventava lebbroso anche lui.
Gesù è costretto, dunque a non poter più entrare pubblicamente in una città; ma a restarne fuori, in luoghi deserti. È l’anticipo di ciò che succederà alla fine della sua vita: sarà portato fuori delle mura, estromesso dalla città santa, confuso con i delinquenti, e ucciso sotto tortura, come un malfattore. L’evangelista Marco ci sta preparando, in modo molto delicato, ma determinato, a ciò che succederà nella passione di Gesù. E Giovanni, nel suo Vangelo, riporta questa parola di Gesù: “Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me” (Gv12, 34). Una elevazione paradossale, perché sarà elevato sulla croce con una sofferenza indicibile e un’umiliazione terribile. Eppure Gesù rimane così attraente nella gratuità del suo amore, un amore che prende per sé tutti i nostri peccati e tutto il male del mondo.

La gente lo cerca perchè ha desiderio di guarire, come il lebbroso, non solo dalla lebbra, ma da tante altre sofferenze, malattie del corpo, dell’anima, dello spirito, e fa di tutto per incontrarlo. È così che fiorisce il deserto, è così che la croce diventa il centro, intorno al quale tutti i popoli della terra si ritrovano, perché in essa trovano finalmente l’amore che cercano. È per questo che “andavano a lui da ogni parte” perchè nessuno è escluso, dimenticato, trascurato. Non c’è viandante, disperso sulle strade del mondo, che sia privo dell’occasione propizia per incontrare Gesù. Anche noi stiamo imparando, malgrado ritardi e fraintendimenti, a cercare e a trovare Gesù, stiamo imparando ad aggrapparci a lui, alle sue mani, alla intimità del suo cuore, là dove, finalmente, potremo chiamarlo per «nome»: Gesù, tu sei il mio Salvatore!

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