Lectio Divina: “Tutta la città era riunita davanti alla porta”

Bibbia

V Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

La liturgia della V domenica ci pone di fronte al mistero del dolore che caratterizza la nostra condizione umana. Gesù accoglie la nostra sofferenza con tenerezza e amore, vincendo la radice di ogni male. Egli prende su di sé le nostre malattie e infermità, invitandoci a viverle uniti a Lui, e con Lui divenire capaci di adorare il Padre anche nelle notti oscure della vita. Con Gesù il nostro dolore diventa redentivo e collabora alla salvezza di tutti.

La prima lettura è tratta dal libro di Giobbe, che affronta il mistero della sofferenza in un serrato dialogo con Dio. La sua testimonianza ci costringe a confrontarci con la nostra precarietà di creature, la cui vita è come un soffio, ma pur sempre opera di Dio. Il salmo 146 ci fa cantare al Dio della vita che risana i cuori affranti e fascia le ferite. L’apostolo Paolo ci ricorda che se, abbiamo accolto la buona notizia di Cristo, possiamo sopportare ogni pena pur di rimanere con Lui e annunciare il suo Vangelo. Il testo evangelico di questa domenica, tratto sempre da Marco, è il seguito di quello di domenica scorsa in cui contempliamo Gesù nei diversi momenti della sua giornata.

Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano

“E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli”

Dopo la sinagoga Gesù si reca in casa di Simone e Andrea, che, da quando aveva lasciato Nazareth, era diventata anche la sua casa. Nella sinagoga Gesù è maestro, in casa di Simone è ospite, e vi entra in compagnia di Giacomo e Giovanni; ma quella casa è in difficoltà nel garantire una degna ospitalità, perché, proprio chi era più in grado di accogliere, non può essendo ammalata: la suocera di Pietro ha la febbre e con lei tutta la casa sembra febbricitante In un certo senso è come se fosse ammalata tutta la situazione.

Gesù allora si comporta come uno di casa: è lui che farà di quella casa ammalata, il luogo dell’accoglienza e dell’affidamento.

Notiamo il gesto silenzioso di Gesù che agisce senza dire una parola. Nella sinagoga ha insegnato, ha parlato per tutto il tempo, nella casa di Simone ascolta coloro che gli parlano di lei, allora: “egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano, la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli” È Gesù che senza dir niente, prende per mano l’ammalata e la solleva e lei subito “si mise a servirli” esercitando la diaconìa. Quella malattia, con Gesù presente, diventa una diaconìa. Così tutte le nostre malattie con Gesù diventano un servizio alla Chiesa e all’umanità, diventano una diaconìa.

Con questo gesto, Gesù spiega come quella situazione di precarietà e di sofferenza, può diventare un servizio d’amore e la presenza di quella ammalata nella casa di Simone diventa fondamento di comunione, la casa stessa diventa spazio di accoglienza. Ed è l’ammalata, proprio lei, che adesso esercita una diaconìa. È lei che accoglie l’Ospite e Gesù si fa accogliere da lei e ne sperimenta il servizio amorevole. Da quel momento quella casa diventa spazio di accoglienza anche per tutta la città.

Gesù si avvicina all’inferma rompendo il tabù del contatto, la tocca per la mano, gliela stringe, facendo capire a tutti che la liberazione dalla malattia è frutto di questo contatto, di questa intima relazione con Dio, che in Gesù, ha deciso di condividere qualunque infermità umana. Gesù interviene nei confronti della situazione umana, interviene con la parola, ma anche con i gesti. Questa consonanza tra parola e gesto, all’interno della tradizione della Chiesa costituisce la struttura stessa dei Sacramenti, anzi la Chiesa stessa diventa sacramento, cioè strumento dell’intima comunione di Dio con l’umanità, come ha ricordato il Concilio Vaticano II. Il frutto di ogni sacramento è l’uscita da se stessi, dal proprio egoismo, dal ripiegamento su di sé e sui propri limiti, per aprirsi agli altri, perché si possa essere per gli altri.

Guarì molti malati e scacciò molti demoni

“Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano”.
Questo assembramento di folla di malati di ogni specie, vuol dire che la presenza di Gesù è stata recepita: la gente ha capito che incontrare Gesù significa incontrare la libertà e la salvezza. E, siccome la proposta di Gesù corrisponde ai desideri più profondi dell’uomo, quando gli uomini finalmente si trovano di fronte a qualcuno che risponde ai propri desideri più profondi, non riescono a resistere al desiderio di incontrarlo e di poter essere con lui. Intorno a Gesù si riunisce la folla perché molti sono affetti da varie malattie e da spiriti impuri e sanno che Gesù può liberarli. Gli spiriti impuri sono quelle che noi chiamiamo ossessioni, (si è ossessionati dal potere, dai soldi, dai piaceri …), che finiscono con l’accecare l’uomo e lo schiavizzano. Gesù risponde sempre a tutto l’uomo, non risponde soltanto alla mente, né risponde soltanto ai sentimenti, risponde a tutto l’uomo.
Gesù da ospite che è stato servito si è messo a servizio con la stessa gratuità e accoglienza, e tutta la città si raccoglie davanti alla porta di casa. Quella casa è diventata uno spazio aperto, che è in grado di comprendere, di condividere, di accogliere tutti i guai, i disastri, le tribolazioni che affliggono gli uomini di quella città. L’intimità segreta di Dio con la nostra umanità si rivela come volontà di compassione: Gesù accoglie tutti i dolori, e li illumina del suo mistero di Figlio di Dio, allora il dolore viene invaso da una dolcezza misteriosa. È dolore che, mentre scioglie i nodi, si trova immerso nella intimità del Dio vivente, che si rivela a noi, gratuitamente, imprevedibilmente, immergendoci nella tenerezza del Padre!

Quando era ancora buio si ritirò in un luogo deserto e là pregava

“Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni”.

Siamo al mattino di un giorno nuovo: questa è la prima domenica del racconto evangelico, è l’alba del giorno seguente al sabato. È una domenica in anteprima. E Gesù è nel deserto in colloquio con il Padre. Per uscire dalla casa di Simone ha dovuto attraversare tutto quel carico di umanità che si è depositato sulla soglia. È impossibile uscire senza passare attraverso il dolore di tutti quei sofferenti. Gesù l’ha preso su di sé e l’ha portato al Padre, in un luogo deserto. Il deserto non è soltanto un ambiente geografico, è la scena del mondo là dove siamo alle prese con vicissitudini della nostra vita. Gesù è in preghiera, e questa sua preghiera, è il suo modo di stare al mondo. Il colloquio con il Padre è il suo modo di stare nel deserto, è il suo sguardo sul mondo, è il suo modo di stare nel groviglio di vicende che costituiscono la nostra vita.

Nel vangelo di Marco ci sono altri due momenti nei quali viene segnalata questa preghiera solitaria di Gesù. Al cap 6, v 46: Gesù sale sul monte a pregare e, intanto, i discepoli sono in barca alle prese con la tempesta. E Gesù nella preghiera, si rende conto della difficoltà nella quale versano i discepoli e si avvicina a loro. Il dialogo col Padre è il suo modo di guardare la vita, e di stare al mondo. Il secondo testo lo troviamo nel racconto della Passione, cap 14, v 32, nel Getsemani: “Io vado a pregare, sedetevi qui” dice ai discepoli.

Prende Pietro, Giacomo, Giovanni “cominciò a sentire paura e angoscia e disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte, restate qui e vegliate». Poi andò un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che se fosse possibile passasse da lui quell’ora e diceva: «Abbà Padre!»”
Gesù nella sua relazione con il Padre accoglie i limiti della nostra condizione umana, immergendoli nel grembo della paternità di Dio. Gesù è uscito di casa, si è ritirato in un luogo deserto, ma i discepoli lo cercano ma non comprendono: “Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Trovatolo, gli dissero: «Ma tutti ti cercano!»” è come se volessero farlo tornare indietro. “Ed egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini perché io predichi anche là»” Li aiuta a capire che non è proprio il caso di tornare indietro. Anche Simone, in questo modo, ragiona secondo la carne. C’è sempre il tentativo di abusare delle miserie umane per un esercizio di potere; tentativi di strumentalizzazione, di riduzione all’interesse privato, appropriazione, anche di Gesù.

I discepoli tentano di appropriarsi di Gesù, quasi a volerlo costringere a ripiegarsi, ma Gesù spalanca davanti a loro uno spazio immenso che si allarga sulla scena del mondo. È lo spazio che si allarga anche nel cuore umano: “Andò per tutta la Galilea predicando, scacciando i demòni. Gesù vuole rendere operosi e di larghe vedute Simone e gli altri, ed anche noi, quando siamo tentati di chiuderci dentro i nostri sicuri confini.

Anche noi come i discepoli cerchiamo Gesù, vorremo quasi appropriarcene, ma scopriamo di essere da lui afferrati e coinvolti là, dove ogni pena della nostra esistenza umana si riempie di dolcezza, nell’obbedienza a un’unica storia d’amore. Là dove ogni dolore prende la fecondità di un servizio d’amore. Un servizio che non pretende di affermarsi in se stesso, ma si scioglie, si consuma, si immerge nel grembo della paternità di Dio, là dove Gesù ci conduce. E mentre la sofferenza ci affligge e sembra chiuderci dentro orizzonti stretti, a cui non riusciamo a sfuggire, proprio questa piccolezza diventa esperienza di dolcezza meravigliosa nella appartenenza a Gesù, nostro rifugio.

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Liturgia del Giorno

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