Lectio Divina: Domenica delle Palme e della Passione del Signore

Bibbia

La liturgia di questa domenica dà inizio alla Settimana Santa della passione, morte e risurrezione del Signore, che nella tradizione orientale è denominata la Grande Settimana. Si inizia con la commemorazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, tra la folla esultante che inneggia a Colui che viene nel nome del Signore, ma subito dopo dal clima festoso si passa alla contemplazione del mistero della passione e morte del Signore nel suo significato salvifico: la pasqua di Cristo inaugura la nuova alleanza, la vita nuova della Risurrezione che passa sempre attraverso la sofferenza e la morte. La Pasqua è il paradigma della vita cristiana. Nelle letture ascoltiamo il terzo canto del Servo sofferente del Signore, in Isaia 50, mentre il Salmo responsoriale ci fa pregare il grido di Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi ha abbandonato?”. La seconda lettura riporta l’Inno cristologico su Cristo umiliato nella morte e glorificato nella risurrezione, che Paolo inserisce nella sua lettera ai Filippesi. Da questi testi si è così introdotti alla lettura della Passione del Signore, che quest’anno è quella secondo Marco.

Introduzione al racconto della Passione
Il racconto della Passione del Signore secondo Marco è il più antico testo di tutti e quattro i Vangeli, il nucleo originario da cui è scaturita la catechesi evangelica e intorno al quale sono stati redatti tutti gli altri testi. Questo nucleo si può definire come il Santo dei Santi del Nuovo Testamento. Accostarlo significa varcare la soglia della santità più misteriosa e feconda: la santità di Dio, il grembo segreto del Padre, mistero nascosto nei secoli, che, nella pienezza del tempo, si è rivelato a noi nel Figlio morto e risorto. Il testo si compone di sette sezioni, che possiamo riconoscere dai luoghi in cui si svolge il cammino di Gesù verso la croce, la morte e la risurrezione. Infatti fa parte del racconto della passione anche la sezione del sepolcro vuoto e dell’annuncio da parte di un giovane vestito di bianco, che dice alle donne: “E’ risorto! Non è qui” (Mc 16, 1-8).
Prima sezione: Betania (14, 1-11)
Seconda sezione: Cenacolo (14, 12- 25)
Terza sezione: Getsemani (14, 26-52)
Quarta sezione: Sinedrio (14, 53-72 (che fa da perno al racconto)
Quinta sezione: Pretorio (15, 1-20a)
Sesta sezione: Golgota (15, 20b-39)
Settima sezione: Sepolcro (15, 40- 16, 8)
Ognuna delle sette sezioni si articola a sua volta in un trittico, che è una composizione di tre quadri in cui il primo e il terzo fanno da cornice al secondo quadro, che è quello centrale:

Gesù è sempre al centro della narrazione

Al centro della narrazione di ogni sezione c’è Gesù che continua risoluto nella missione che il Padre gli ha affidato, mentre l’evangelista ci tiene a sottolineare l’identità divino-umana di Gesù. E’ il Figlio, fatto uomo che si consegna alla morte e la sua divinità si manifesta nella debolezza estrema della croce. Qui la teologia di Marco è molto simile all’insegnamento di Paolo, per cui la croce è la manifestazione della potenza e della sapienza di Dio (1Cor 1, 21-25).
Nel racconto possiamo trovare anche un ritratto della Chiesa, infatti l’evangelista dedica particolare attenzione ai discepoli: sottolinea le loro qualità positive ma anche la loro incapacità a comprendere il mistero ed anche i loro peccati. Di fronte alla croce i discepoli fuggono, uno lo tradisce, un altro lo rinnega. Essere discepoli autentici è un percorso che inizia con la chiamata divina, ma che ha bisogno di un cammino di conversione e di purificazione nei tempi lunghi.
Ci sono poi dei personaggi esterni alla cerchia dei discepoli che compiono gesti coraggiosi e positivi: la donna di Betania che comprende il senso della morte di Gesù e lo avvolge di profumo; Simone di Cirene, che, anche se non di sua iniziativa, si sottopone alla croce di Gesù; Giuseppe d’Arimatea che mette a disposizione il suo sepolcro per la sepoltura; infine, quasi come il personaggio chiave, il centurione romano, un pagano, che al momento della morte di Gesù, esprime l’atto di fede più maturo e più solenne.
Questo contrasto tra gli intimi di Gesù e gli estranei serve a Marco per ricordare alla Chiesa, cioè a noi, di rimanere vigilanti, di non chiudersi nei privilegi o nel sentirsi migliore degli altri, ma di avere coscienza dei propri limiti ed essere accoglienti e aperti verso tutti, perché i pubblicani e i peccatori ci precederanno nel Regno di Dio.
Nel Vangelo di Marco c’è anche una sottolineatura a riguardo del tempio di Gerusalemme. Al tempo di Gesù, la città si identificava con il tempio, salire a Gerusalemme significava salire al Tempio per il culto, per le feste annuali. E, nei capitoli precedenti il racconto della passione, Marco sottolinea il ruolo del tempio durante la permanenza di Gesù a Gerusalemme. Dopo l’ingresso solenne nella città santa, Gesù è quasi sempre nel tempio. La prima volta si guarda tutto intorno con uno sguardo circolare, il giorno dopo caccia i venditori, poi maledice il fico e infine dà un insegnamento sulla preghiera. Un intreccio di temi che esprimono la tristezza di Gesù per la sterilità del tempio: il fico, come immagine del tempio, produce solo foglie, solo mercato ma non autentica preghiera. Inoltre in tutto il racconto della passione il silenzio di Gesù è impressionante!

Qualche sottolineatura su ciascuno dei quadri centrali

1° e 7° sezione: profumo versato è il Suo Nome (Betania e il Sepolcro)
Nella prima e nell’ultima sezione della passione, cioè a Betania e al Sepolcro, protagonista sembra essere il profumo, una grande abbondanza di profumo che incornicia tutte le altre sezioni. E sono sempre le donne che spargono profumo: all’inizio è una donna anonima, il cui spreco d’amore indigna e sorprende i commensali della casa di Simone il lebbroso. Alla fine sono Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome, che comprano oli aromatici per ungere il corpo di Gesù. Il primo profumo annuncia la morte di Gesù per puro amore e l’ultimo profumo annuncia la risurrezione: davanti al sepolcro vuoto le donne fuggono con ancora tra le mani gli aromi profumati, che a questo punto diventano profumo del Vivente, del Signore Risorto. Queste donne che corrono sono immagine della Chiesa che corre lungo i secoli annunciando la resurrezione di Cristo e diffondendo il profumo della vita che non muore. Si realizza la profezia del Cantico dei Cantici, che dirà dell’Amato: “Profumo versato è il suo nome” (Ct 1,3).

2° sezione: l’Agnello tradito (Cenacolo)
Nel primo quadro di questa sezione troviamo i preparativi per la Pasqua e nel terzo l’istituzione dell’Eucaristia. La Pasqua è la celebrazione del banchetto dell’agnello, infatti in ebraico pesah vuol dire sia agnello che pasqua. Mangiare la pasqua vuol dire mangiare l’agnello. Ma ora all’agnello della pasqua ebraica si sostituisce il nuovo Agnello, Gesù. Adesso c’è un nuovo Agnello e altro sangue sarà versato, e da un altro sangue sono segnati quelli che partecipano a questo banchetto. E’ il sangue di Gesù. Nel centro della scena Gesù è a tavola con i dodici e mentre mangiano annuncia il tradimento di uno di loro. A quel punto incalza l’interrogativo: “Sono forse io?”. Chi sono io? Perché sono nato? Quale sangue versato è sorgente della vita che mi riguarda? Il tradimento dell’Agnello mi riguarda? Qui viene citato il salmo 41: “Colui che mangia nel mio stesso piatto mi tradisce”. Il salmo inizia con queste parole: “Beato l’uomo che ha cura del debole” (v 1). Gesù si presenta ai discepoli assumendo la piena condizione del debole, indifeso, esposto alla violenza, consegnato a chi lo ucciderà. E’ proprio Lui il debole: il sangue versato, appartiene a quell’agnello che è Gesù stesso, che si prende cura di quanti ancora non si sono nemmeno resi conto della loro gravissima e pericolosa debolezza.

3° sezione: “Abbà! Padre!” (Getsemani)
In questa terza sezione nel primo quadro troviamo Gesù e i discepoli che concludono la cena pasquale con il canto del Salmo 136, detto il Grande Hallel e il trasferimento dal Cenacolo al Getsemani. Nel corso del cammino Gesù, citando il profeta Zaccaria, preannuncia lo scandalo dei discepoli: “Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse” (Zc 13, 7). Nella sezione precedente al centro c’era la figura dell’agnello, ora vediamo che il pastore percosso è l’agnello immolato, è Gesù, il buon Pastore divenuto agnello.
Nel quadro centrale, mentre la fuga è generale e la dispersione coinvolge tutte le pecore, Gesù avanza nel suo cammino verso la Croce. Qui troviamo Gesù in preghiera nel corso della notte: è prostrato a terra e in preda all’angoscia, prega: “Abbà, Padre!”. E ripete sempre la stessa parola: Abbà! Una invocazione incessante, martellante, appassionata con cui il Figlio interpella il Padre in modo diretto. Prima di questo momento, nel Vangelo di Marco, Gesù non ha ancora detto: Padre! Nel Getsemani lo ripete tante volte pregando. Gesù veglia e prega mentre i discepoli dormono: “Abbà, non la mia ma la tua volontà sia fatta”. L’intimità di questo dialogo, che dall’inizio ha sostenuto tutto il cammino di Gesù, adesso si manifesta in tutta la sua intensità. Gesù veglia su di noi che dormiamo perché siamo malati, e non riusciamo a vegliare come Pietro, Giacomo e Giovanni, mentre è Lui che veglia su di noi, il Pastore che custodisce il suo gregge. Il trittico si conclude con l’arresto di Gesù e l’abbandono di tutti i discepoli. Rimane solo un ragazzo avvolto in un lenzuolo, che si era affacciato a curiosare nel buio della notte. La tradizione identifica questo ragazzo con lo stesso evangelista Marco.
4° sezione “Io sono” (Sinedrio) Il centro del centro del Vangelo di Marco
Alla quarta sezione troviamo Gesù condotto al Sinedrio, seguito da lontano da Pietro. Nel primo quadro troviamo infatti Pietro che si scalda al fuoco insieme ai servi nel cortile del sommo sacerdote. Il fuoco non solo scalda ma illumina il volto impaurito di Pietro, che diventa così riconoscibile. Nel quadro centrale, Gesù viene interrogato dal sommo sacerdote: “Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?”. Qui ricordiamo l’inizio del Vangelo secondo Marco: “Principio del Vangelo di Gesù Cristo, il Figlio di Dio”. Siamo giunti al centro del centro del Vangelo e del racconto della passione. Qui troviamo proprio il contenuto dell’evangelo che siamo chiamati a credere, dopo esserci convertiti: Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio. Alla domanda del sommo sacerdote Gesù risponde: IO SONO! In greco: Έγώ είμι (ego eimi). Usa le stesse parole che Mosè udì nel roveto ardente (Es 3). Ora in Gesù la santità del Dio vivente si rivela: “Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza venire sulle nubi del cielo”. Gesù dicendo IO SONO afferma che Dio è entrato nella nostra storia, in contatto con ogni creatura che porta in sé l’eredità di Adamo. Il volto di Gesù è di uno splendore irresistibile, per questo i servi gli coprono il volto, lo scherniscono, si rifiutano di guardarlo in faccia. Ma in verità siamo noi che non abbiamo più una faccia, per questo ci disturba guardare il volto di Cristo. Quel volto arde come la vampa del roveto: IO SONO!, proprio mentre subisce il rifiuto più spietato e più insensato.

5° sezione: Gesù è il Re (Pretorio)
Nella quinta sezione Gesù è al pretorio, il tribunale romano. Nel primo quadro Gesù viene presentato a Pilato, il quale cerca di trovare un’imputazione valida per condannarlo: “Sei tu il Re dei Giudei?”. L’imputazione, essere re, poteva comportare la condanna a morte. Nel terzo quadro Gesù è un re schernito dai soldati: un re da burla!
Nel quadro centrale, Gesù, interrogato da Pilato non dice nemmeno una parola: è afono, come l’agnello di cui parla Isaia. Non si difende, non c’è consolatore per lui. In questo contesto compare un personaggio di nome Barabba, citato tre volte. Barabba alla lettera vuol dire: figlio di Abbà, vale a dire figlio di NN. Bar Abbà è un omicida, per il quale, grazie a Gesù, si apre una via di liberazione. A causa di Gesù questo omicida ha trovato finalmente un Padre di cui può essere considera figlio. C’è una figliolanza che viene data a ogni pecora dispersa del gregge, a ogni persona, desolata o distrutta dal male. Forse Bar Abbà, in questo momento, non si rende bene conto da chi viene la sua salvezza, ma la tradizione dice che divenne poi un discepolo penitente.

6° sezione: nel grembo del Padre (Golgota)
Siamo giunti alla sesta sezione: nel primo quadro Gesù è condotto al Golgota e viene aiutato, involontariamente, dal Cireneo a portare il suo patibolo. Giunto al Golgota Gesù è denudato. Nel terzo quadro, dopo la morte di Gesù, il velo del tempio si squarcia in due dall’alto in basso. Si spalanca il Santo dei Santi e il Santo diventa visibile: è come se fosse denudata la santità di Dio. Dalla nudità di Gesù, il Figlio crocifisso, alla nudità di Dio: il grembo del Padre si è spalancato, e la profondità del mistero si è resa visibile a noi creature.
Il quadro centrale ci presenta ciò che accade dall’ora terza all’ora nona. Le tenebre avvolgono la terra, Gesù è in croce, schernito dai passanti, dai sommi sacerdoti e scribi e persino da quelli che sono crocifissi con lui. Gesù sulla croce prega il salmo 22 e, ad un certo punto, la sua voce prima sommessa fa udire in un grido altissimo, le parole iniziali del salmo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Gesù grida e spira. A questo punto si ode un altro grido, un’altra voce, quella del centurione che afferma nello stupore: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”. Il segreto messianico è pienamente svelato da un pagano che esprime l’atto di fede più completo: Gesù è il Figlio di Dio. Sul Golgota c’è qualcuno che vede la potenza di Dio rivelarsi nell’impotenza della Croce: la Croce di Cristo è nostra salvezza, vita e risurrezione!

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