Lectio Divina: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me”

BibbiaV DOMENICA di Quaresima –B

Tema generale della liturgia

Di che genere è il nostro rapporto con Dio? Potrebbe essere questa la domanda che la liturgia della V domenica di quaresima ci pone. Siamo chiamati a verificare chi è Dio per noi e come la sua Presenza qualifica il nostro vissuto. La prima lettura tratta dal profeta Geremia ci presenta il desiderio, da parte di Dio, di essere nostro amico ed alleato, nostro compagno di cammino, che chiede di essere accolto nel cuore, conosciuto, amato e ascoltato con sincerità. E’ la proposta di un’Alleanza nuova incisa nel cuore con una appartenenza reciproca, proposta che anticipa profeticamente l’Incarnazione e la Pasqua del Figlio. La preghiera responsoriale, tratta dal Salmo 50, ci fa invocare: “Crea in me, o Dio, un cuore puro!”, un cuore purificato dagli idoli e capace di accogliere l’intenzione di Dio di stabilire con noi un’alleanza nuova. La lettera agli Ebrei, nei pochi versetti che leggiamo, sintetizza mirabilmente il mistero del Figlio fatto uomo, che presenta al Padre, con le sue preghiere e le sue lacrime, le nostre suppliche e le nostre grida di dolore, insegnandoci l’abbandono fiducioso alla sua paternità misericordiosa. Pur essendo Figlio, Gesù, imparò l’obbedienza da quello che patì.
Il testo evangelico, tratto ancora da Giovanni, ci mostra come un gruppo di greci chiedono a Filippo di poter vedere Gesù. Essi rappresentano molti nostri contemporanei che chiedono a noi discepoli di mostrare loro il volto di Gesù. Nella sua risposta Gesù lascia intendere che per vederlo è necessario seguirlo sulla via del dono di sé. Dono simboleggiato dal chicco di grano che accetta di morire nell’oscurità di un solco di terra per portare frutto. Ma questa morte oscura e paradossale, per Gesù coincide con la sua glorificazione da parte del Padre, che lascia innalzare suo Figlio sulla croce perché possa attirare tutti a Sé, cioè diventare il centro gravitazionale dell’universo intero, finalmente stabilito nell’amore gratuito e fedele.

Vogliamo vedere Gesù

“20 Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Greci. 21 Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 22 Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. 23 Gesù rispose: «È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo.
Siamo a Gerusalemme, nel Tempio, là dove si sale, secondo la terminologia tradizionale, per «vedere la Gloria». La salita al Tempio per partecipare al culto, in un linguaggio pastorale e liturgico, si esprime che «si sale per incontrare il Volto», «siamo venuti per vedere il tuo Volto». Dove «vedere il Volto» non significa osservare qualche fenomeno prodigioso, ma potersi inserire nella celebrazione liturgica in modo tale da ritrovare il contatto con la santità del Dio vivente. Quel contatto che nel contesto liturgico rende efficace l’alleanza, un contatto che consente la relazione di vita con il protagonista della Vita che è lui, il Santo.
Al versetto 20 troviamo: “Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano alcuni greci”. Tra quelli che sono venuti al tempio per prostrarsi, per adorare c’erano anche alcuni greci. Un’affermazione paradossale, questa, perchè i greci sono i pagani. E, i pagani, non frequentano il Tempio, non è ammesso. Ma, qui, come in altri passi del Vangelo di Giovanni, c’è come un salto che supera le misure ordinarie e, in questo caso, è come se vedessimo il pellegrinaggio a Gerusalemme annunciato dai Profeti. Pellegrinaggio di tutte le nazioni della terra verso il luogo Santo (Is, 2, 2-5). I Profeti avevano annunciato questi messaggi ma, nei fatti, certamente è inimmaginabile che dei pagani frequentino il Tempio, salgano a Gerusalemme per il culto, vengano al Santuario per adorare Dio durante la festa. E invece il nostro testo evangelico ci dice che abbiamo a che fare con una rappresentanza, quasi un’avanguardia di quell’immenso corteo che raccoglierà, processionalmente, tutte le nazioni della terra. Perché? Perché c’è di mezzo Gesù. E questi greci vogliono vedere Gesù. Si avvicinano a Filippo, che era di Betsaida di Galilea e gli chiedono di vedere Gesù. Filippo va da Andrea. Andrea e Filippo vanno a dirlo a Gesù.
Gesù non risponde propriamente ai pagani che hanno dichiarato il loro desiderio di vederlo. Filippo e Andrea vanno da lui, gli parlano dei pagani ma Gesù al versetto 23 dice: E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’Uomo. Sembra che non risponda a tono, che parli d’altro, che divaghi, come se stesse rimuginando, tra sé e sé, altri pensieri. In realtà è proprio questo il suo modo di rispondere, a quei pagani, alla loro richiesta, perché per Gesù, si tratta, di precisare, che è «giunta l’ora della Gloria». E l’«ora della Gloria» è l’ora della dimora di Dio nella carne umana, l’ora in cui prende su di sé tutta la nostra condizione umana inquinata sino alla morte. E, qui, è direttamente chiarito da parte di Gesù qual è il senso della sua presenza, della sua missione, del motivo per cui si trova attualmente a Gerusalemme.
La «Gloria» è la «dimora» di Dio nella carne umana. Il «Figlio dell’uomo» così viene a occupare quella posizione che, dall’inizio della creazione lungo tutto il corso della storia della salvezza, viene individuata come il «riposo» di cui Dio va in cerca nel suo amore per l’umanità. È il «riposo» di Dio. Gesù, infatti, non risponde a quei greci andando in vetrina: «Facci vedere! Fateci vedere! Vogliamo vedere!» – ma risponde affermando che è giunta l’ora della «Gloria», l’ora in cui viene aperta la strada della nostra conversione alla vita, la strada del nostro ingresso nella vita, la strada del nostro «riposo» nella pienezza della vita.

Se il chicco di grano muore, produce molto frutto

24 In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25 Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. 26 Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà”.
Quello di cui Gesù sta parlando al versetto 24: In verità, in verità, vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo. Se, invece, muore produce molto frutto, è proprio l’immagine viva del mistero della morte umana, che può rimanere nella solitudine e nella sterilità oppure, affidato al Padre che ci ama, può diventare esplosione di vita nuova e di fecondità. Qui Gesù, sta parlando della sua «caduta», della sua morte e sepoltura che trasforma la solitudine della morte umana in rivelazione di fecondità universale. Con Lui anche noi possiamo consegnarci al Padre, affidare alla terra il seme del nostro corpo, che abitato dall’amore è destinato alla risurrezione, alla vita nuova.
La nostra storia è come la storia del chicco di grano che muore per germogliare, unita al mistero pasquale di Cristo che muore e risorge. Come ricorda l’apostolo Paolo ai Corinzi: “Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo (…). Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale”.(1Cor 15, 36-44)
Qui, nel versetto 26, è importante quell’espressione: Se uno mi vuol servire mi segua … dove sono io …Questo dove non è soltanto un luogo fisico, geografico. È proprio una «posizione» che Gesù chiede a noi di condividere. La «posizione» del Figlio che «discende» e «risale». Il Figlio che porta a compimento la missione che ha ricevuto fino a subirne tutte le conseguenze, in modo tale da impregnare di lacrime la scena del mondo, il cuore dell’uomo su cui riversa come pioggia benefica la sua amicizia. Ed ecco, è lui che nella sua innocenza si assume il carico di tutte le nostre debolezze e contraddizioni. E’ così nel deserto della storia, così nella malattia della vita, così nella durezza del cuore umano, è questa sua «posizione» di «Figlio dell’uomo» che costituisce il «riposo» di Dio, il grembo materno di Dio, dove il Figlio ha trovato «dimora».

Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me

“27 Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! 28 Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!». 29 La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». 30 Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31 Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32 Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». 33 Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.
La «caduta» di Gesù nella morte implica tutto quel percorso tragico, lungo una frana che lo inabissa nella miseria della condizione umana fino all’estremo. Tant’è vero che Gesù dice: L’anima mia è turbata … Gesù passa attraverso il turbamento, ma non chiede al Padre di essere risparmiato dalla morte e dalla paura che comporta. Gesù, ne parla espressamente. Ne riparla già altrove, già prima nel capitolo 11, 33 in rapporto a Lazzaro morto, Gesù è turbato. Più avanti, 13, 21, durante l’«ultima cena», Gesù è turbato. “L’anima mia è turbata e che debbo dire: Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome”. È il «Figlio dell’uomo» e, tutto, in lui, di turbamento in turbamento, si sintetizza come testimonianza resa alla paternità di Dio. Il testo al v 28 prosegue: Venne, allora, una voce dal cielo: l’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò. La folla che era presente, aveva udito e diceva che era stato un tuono. La «voce» sembra un tuono. «voce», «tuono», dice la gente. E’ la voce del Padre che risponde a Gesù. «Questa voce non è venuta per me ma per voi». È la voce che esprime l’inesauribile fedeltà dell’iniziativa paterna di Dio, rivendica la creazione come il «sabato» del suo «riposo», la storia umana come un appuntamento d’amore con ogni cuore umano redento.

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Liturgia del Giorno

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