Lectio Divina: “Aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture!”

BibbiaL’ascolto della Parola apre i nostri occhi sul mistero del Risorto. Nella terza domenica di Pasqua la liturgia vuole aiutarci a comprendere le Scritture che hanno preannunciato il mistero della morte e della Risurrezione del Signore. E’ la Parola di Dio che ci svela il senso di ciò che è accaduto nella Pasqua, affinché anche noi, discepoli di questa generazione, possiamo comprendere ed accogliere la Pasqua di Gesù nella nostra vita quotidiana. Il libro degli Atti degli Apostoli, che leggiamo lungo il tempo pasquale, ci mostra la parresίa ( il coraggio) di Pietro e degli altri che, ricevuto il dono dello Spirito, sono stati in grado di decifrare il significato della passione, morte e risurrezione di Cristo, proprio leggendo le Scritture, e ne sono divenuti testimoni qualificati, senza timore delle persecuzioni.

Nel salmo 4, che preghiamo in forma responsoriale, chiediamo: “Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto!”, e l’apostolo Giovanni nella sua Prima lettera ci esorta ad avere fiducia, anche se siamo peccatori, perché abbiamo presso il Padre un Avvocato (Paràclito), Gesù, che intercede per noi. Se osserviamo la sua Parola, in noi l’Amore di Dio diventa perfetto. L’evangelista Luca continua il suo racconto iniziato con l’apparizione di Gesù ai discepoli di Emmaus, che lo hanno riconosciuto allo spezzare del Pane. Ora Gesù si fa vedere anche dagli altri discepoli e, augurando loro la pace, apre la loro mente a comprendere le Scritture. Tutto quello che è avvenuto a Pasqua era già preannunciato nella Legge, nei Profeti e nei Salmi e riguarda proprio Lui, Gesù. Per questo Egli li invia nel suo Nome a predicare la conversione e il perdono dei peccati. D’ora in poi saranno loro i testimoni della Risurrezione!

Pace a voi! Toccatemi e guardate

35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. 36 Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37 Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. 38 Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

I versetti precedenti del cap 24 ci hanno raccontato l’apparizione di Gesù ai discepoli di Emmaus, che tornati a Gerusalemme, parlano di quello che è capitato a loro. E noi stiamo ad ascoltarli. Ci dicono che Gesù si è fatto riconoscere mediante le Scritture e il Pane spezzato: Parola e Pane, cioè quello che noi viviamo ogni domenica nella celebrazione Eucaristica. Tutto lascia intendere che anche noi siamo dentro a un giorno che non tramonta. È vero, le misure del tempo, quelle convenzionali per misurarne lo svolgimento delle ventiquattr’ore, un giorno dopo l’altro, le settimane, i mesi, gli anni, i secoli, i millenni, continuano. Ma «questo» giorno non tramonta. Siamo entrati in un «giorno» che non tramonta più. È un «oggi» pieno, definitivo, che rimane, sempre, «questo» giorno, non tramonta. La teologia dell’evangelista Luca è fortemente condizionata a questo riferimento all’«oggi» della visita di Dio. Che è un «oggi» pieno, definitivo, eterno, è un «oggi» che rimane per sempre.

Gesù saluta i discepoli con «pace a voi», come aveva fatto, tra le lacrime, con Gerusalemme prima delle sua passione (cf Lc 19, 41): è il suo modo di salutare. È il suo modo di instaurare la relazione. «Pace! Pace!». Questo saluto raggiunge le profondità nascoste del nostro cuore umano. Ma il saluto di pace che riceviamo da Gesù provoca anche uno sconquasso, una reazione che, lì per lì, sembra assai scomposta. Qui, dice il nostro brano evangelico, che in quelle profondità nascoste, dove il saluto rivolto da Gesù sta penetrando, il cuore si stringe nella morsa di un turbamento, che si rivela attraverso il linguaggio tumultuoso della paura: Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma (v 37). E’ il linguaggio della paura ma, anche, il linguaggio della gioia. Più avanti, nel v 41, si parla di gioia ma di una grande gioia inquinata da sospetti e dubbi: per la grande gioia … non credevano ed erano sbalorditi. E’ un tumulto di pensieri che viene messo in movimento, in agitazione. Gesù stesso, interviene a questo riguardo e dice: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?» I dubbi, in greco, sono i «διαλογισμοί» (dialoghismoi) cioè i pensieri, che si presentano come vibrazioni di paura oppure sussulti di gioia, tutto quel che serve a raccogliere le manifestazioni di linguaggio interiore che abita nel cuore umano. E che cosa fa il cuore umano? Pensa e ripensa, spesso per giustificare se stesso in una situazione scompensata e inquinata dal peccato, per cui siamo in grado soltanto di raccontare noi stessi, di autocentrarci.

Anche noi riceviamo il saluto di Gesù: «Pace a voi!». Rivolgendoci quel saluto Gesù ci interpella, ci raggiunge, ci tocca proprio là, dove siamo prigionieri di noi stessi, là dove lui entra, penetra e s’inserisce con il suo racconto. Il nostro racconto è intercettato dal suo. Si racconta Lui! Gesù dice: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!» Ci sta raccontando le sue piaghe, ma, in quelle piaghe, è tutto il suo vissuto che viene ricapitolato: le mani, i piedi, il fianco. E, poi, dice: «Toccatemi e guardate … sono … carne e ossa … » Espressione per dire un rapporto di parentela, come all’inizio: “carne della mia carne e osso delle mie ossa”. (Gn 2, 23) Gesù, sta dimostrando di essere imparentato con ogni creatura umana, nella totalità e nella concretezza del vissuto. Non è un fantasma, non è un ideale astratto, non è personaggio evanescente. Gesù ci parla di un rapporto di parentela che lo coinvolge in un contatto indissolubile con noi, con ogni creatura umana.
E inoltre Gesù racconta la sua fame: «Avete qui qualche cosa da mangiare?» (v 41) questo è un particolare che ci lascia un po’ sconcertati: Ma come? Il Signore è risorto e ha fame? E invece per Luca proprio questo suo modo di presentarsi, di raccontarsi, di intercettare i pensieri del nostro cuore, di penetrare là dove noi siamo prigionieri, è la sua fame, fame del nostro amore, della nostra fede, fame e sete della nostra salvezza.

Abbiamo visto il Signore!

44 Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45 Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: 46 «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni.

È con i sensi nuovi, che sono dati dall’evento della Risurrezione, che i discepoli riescono prima a riconoscere la forza delle testimonianze delle Scritture, poi a sentirsi irrobustiti loro stessi e quindi a cercare, a loro volta, dei segni di conferma, segni testimoniali dell’autenticità di questo evento. Gesù, secondo la narrazione di Luca, ha dovuto dare dei segni, che permettessero ai suoi discepoli di avere una verifica, confermare quell’apertura degli occhi, che ha permesso loro di scoprire che era proprio di Gesù che si parlava nella Legge, dei Profeti e nei Salmi. Luca, infatti, lo sottolinea: aprì loro la mente per comprendere le Scritture (v 45). Ciò vuol dire che, l’evento della risurrezione è questa apertura degli occhi. L’evento ha come conseguenza immediata l’apertura degli occhi: fino a che Cristo non è risorto gli occhi sono rimasti chiusi; i discepoli hanno avuto paura, alcuni hanno abbandonato definitivamente Gesù di Nazareth. Ma quando Gesù è risorto c’è stata questa apertura dei sensi, che sono i sensi nuovi dello Spirito, la capacità di leggere gli stessi fatti, ma di comprenderli al modo di Dio, fino a scoprire che Gesù di Nazareth è il Figlio stesso di Dio.

La prova per eccellenza è data dal fatto che le persone, che sono entrate dentro il segreto che si nascondeva nelle Scritture e hanno potuto riconoscere in Gesù di Nazareth il Figlio di Dio, hanno anche capito che nel suo sangue la salvezza li ha toccati profondamente. Hanno capito che il sangue di Gesù è stato il sangue dell’agnello pasquale, quel sangue che, essendo stato versato sugli stipiti delle porte della case di Israele, lo aveva garantito dalla morte. Anche noi abbiamo la certezza che questa sia la grande prova dell’evento della Risurrezione: è caduta la paura di Dio, è caduto lo sgomento, l’angoscia dell’uomo di fronte alla constatazione del proprio peccato, che è perdonato, redento. Allora l’annuncio, il Vangelo, identificato con la persona stessa di Gesù, diventa finalmente un messaggio di liberazione dall’angoscia, dalla paura, dalla morte. Non siamo più stranieri, non siamo più ospiti, non siamo più pellegrini, ma familiari di Dio, figli nel Figlio, membri della famiglia di Dio, chiamati a partecipare alla vita divina, alla vita della risurrezione. “Carne della sua carne e osso delle sue ossa”.

L’altra prova è data dall’espansione dei credenti, dal crescere prodigioso della comunità dei discepoli. Tutti coloro che lasciano penetrare la Parola nel loro cuore, che sono aperti all’opera dello Spirito, che sono umili di cuore, che hanno la disponibilità a lasciarsi cambiare interiormente da Dio, sentono la gioia di aderire alla comunità dei redenti. Questa adesione si trasforma in testimonianza. L’unica condizione è lasciarsi raggiungere dallo sguardo e dalla Parola di Gesù. Chiunque si convertirà, cambierà la propria direzione e la orienterà intorno a Lui, sentirà ciò che hanno sentito gli Apostoli e, a loro volta, diventeranno testimoni.

“Il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno; e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme”. A Gerusalemme, proprio lì, dove era stato consumato il massimo del male, si sprigiona la certezza della riconciliazione e del perdono. È l’irradiazione della certezza di essere stati riconciliati da Dio e che questa riconciliazione è frutto dell’evento pasquale, da Gerusalemme raggiunge i confini del mondo, nello spazio e nel tempo. E arriva fino a noi; noi, dal momento che abbiamo ricevuto questa testimonianza e ci siamo lasciati afferrare dalla Parola, a nostra volta, diventiamo testimoni. Così si sviluppa il cammino della Chiesa, così si espande il regno di Dio.

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