Lectio Divina: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi”

BibbiaVI DOMENICA di Pasqua –B

Il tema di questa domenica si potrebbe riassumere così: Dio ci ha scelti e amati per poter amare. Al v 16 del Vangelo di Giovanni, Gesù dice ai discepoli: Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi. Lo stesso tema lo troviamo nella prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli: non è stato Pietro che ha scelto Cornelio, né Cornelio ha scelto, ma Cornelio è stato scelto, lui con tutta la sua famiglia, e Pietro non ha potuto fare altro che constatare questa pre-scelta da parte di Dio. Il testo della prima lettera Giovanni è come una sigillo a tutto questo: ”Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio”. 

La liturgia della Parola ci invita a contemplare la libera e gratuita iniziativa di Dio, che per primo ci ha amati e ci rende capaci di amarci tra noi. E’ questa la somma “giustizia” di Dio, un amore che ci giustifica, ci apre alla relazione e ci colma di gioia. Per questo il Salmo 97 ci fa cantare: “Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia”. La libera scelta di Dio di amare tutti i suoi figli, ci chiede una altrettanto libera riposta perché l’amore non è costrizione ma libera adesione: è l’incontro tra due libertà che, proprio perché si incontrano nell’amore, rimangono liberi e fedeli sino alla fine. L’amore di Dio è fedele per sempre e questo fonda la nostra fedeltà, la sostiene e la rafforza perché non venga meno. L’amore dei consacrati e degli sposi viene da Dio e attinge alla fedeltà di Dio, per questo anche a noi è possibile essere fedeli.

Rimanete nel mio amore perché la vostra gioia sia piena

“9 Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.

Siamo nel contesto dei discorsi di addio prima della sua pasqua e Gesù ci fa un’offerta gratuita d’amore. Ma paradossalmente, talvolta è più facile amare che lasciarsi amare; lasciarsi scegliere, dare il primato all’altro, ritrovandoci nella situazione di chi accoglie, prima ancora di dare. E, se è vero che “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”, (Cf Atti 20, 35) è altrettanto vero che senza la sorgente non ci sarebbe il fiume, quindi, senza Qualcuno che ci ha riempiti d‘amore, non saremmo mai capaci di traboccare d’amore.

“Come il Padre ha amato me, così anche io ho amato voi”. C’è un richiamo alla sorgente dell’amore già in questa dichiarazione di Gesù, il quale vuole lasciarci intuire la sua relazione con il Padre. Noi non sappiamo e non possiamo entrare nel mistero delle relazioni tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, tuttavia possiamo contemplare nel Crocifisso, il modo in cui Lui ha amato noi, perché, nella fede, i nostri occhi hanno visto, le nostre mani hanno toccato, noi abbiamo ascoltato la Parola. La contemplazione del Crocifisso ci ha permesso di misurare l’immisurabile: lo abbiamo conosciuto, sappiamo come Lui ha amato noi, e ci ha amati fino a dare tutto il suo sangue, tutta la vita che scorreva dentro di Lui, perché questo dono si trasformasse in linfa di rigenerazione, grembo di una nuova nascita.

Gesù ci sta dicendo: guardate, che questo modo di amarvi, l’ho imparato dal Padre. “Come il Padre ha amato me, così anche io ho amato voi”. Il Padre si realizza pienamente proprio nel darsi totalmente al Figlio, perciò il Figlio è perfettamente uguale al Padre, perciò il Figlio può amare senza misura come è stato amato senza misura dal Padre. Molto misterioso tutto questo! È qui il cuore stesso di questo secondo discorso di addio di Gesù che troviamo nei capitolo 15 del Vangelo di Giovanni.

Gesù continua: Rimanete nel mio amore. Cioè immergetevi, stabilizzatevi, restate sempre dentro questo specialissimo amore. È un invito ad entrare dentro la circolazione amorosa, che, a partire dal Padre si è riversata nel Figlio e dal Figlio ha traboccato fino a noi. In che cosa consista questo amore, forse lo capiamo meglio, quando accogliamo il dono dello Spirito Santo, perché di questo si tratta: la relazione, che passa tra il Padre e il Figlio, attraversa noi e ritorna al Padre, è una relazione amorosa operata dallo Spirito Santo. Ecco perché lo Spirito è simultaneamente Spirito del Padre e Spirito del Figlio ed è uno Spirito che si riposa, come dentro un grembo, nel corpo misterioso del Figlio, che è la Chiesa. Noi dovremmo essere come una conchiglia, che si garantisce sempre la pienezza di questa linfa vitale, che è l’amore del Padre e del Figlio, nello Spirito Santo che ci introduce in una circolarità inesprimibile di amore. Infatti l’amore non si può descrivere, l’amore si vive, si sperimenta; soltanto chi si è lasciato afferrare totalmente dall’amore può capire che cosa significa amare.

“Come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore”. Questo verbo «osservare», significa anzitutto custodire. I comandamenti a cui Gesù si riferisce non sono dei precetti nel senso classico del termine, ma sono l’eredità che riceviamo da lui: è la ricchezza che man mano emerge, affiora, s’impone, come pienezza da custodire, perchè, dall’interno, fa della nostra povera vita, una vita nuova. Qui più che un precetto da osservare c’è di mezzo tutta la nostra vita che, ormai, è presa dentro a una relazione d’amore. Ed è tutta la vita che diventa esercizio di gratuità nell’amore. E questo anche quando la vita sembra banale, anche quando la vita ci appare spicciola e minuta.

Il Figlio, Gesù, si è lasciato afferrare completamente dall’amore del Padre e ci ha dato la possibilità di amare come ha amato Lui. Egli, nel pronunziare sulla croce: “Tutto è compiuto”, trasmette lo Spirito, dando ai discepoli la capacità di amare come ha amato Lui. L’amore che ci viene donato trabocca in noi, non come un sentimento affettivo semplicemente terreno, ma come traboccamento dello Spirito del Figlio, che è anche lo Spirito del Padre. Ecco perché noi vediamo che ci sono persone, abitate interiormente da questa energia d’amore dello Spirito, a tal punto che sono disposte a dare la vita per i propri fratelli, la vita per esser fedeli all’amore, per rimanere nell’amore. Questo fanno i martiri, che oggi sono molto più numerosi, di quanto possiamo conoscere. Il martirio è una realtà viva e permanente. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena, sia completa, che non dobbiate desiderare altro, se non la gioia di questo amore gratuito. È l’amore per l’amore ciò che dà pienamente gioia. Dio ha scelto la nostra vita come luogo della sua Presenza, vita divina che è fonte di gioia purissima, e Gesù viene cercare in noi quella «gioia» che è sua, la «gioia» che può convivere anche con il dolore, perchè è suo dono.

Vi ho chiamati amici

“12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri”.

Nessuno ha un amore più grande di chi dona la vita per i propri amici e Gesù ci chiama amici, perché ha donato la sua vita per noi. È questa la «Parola» che raggiunge l’intimo del cuore umano, penetra fin nelle zone più nascoste del cuore, questa «Parola» ha la forma, la funzione, il dinamismo di una amicizia incondizionata. E nel quotidiano della storia, tocca a noi rispondere a questa amicizia. Amicizia è una «Parola» che contiene e che riversa in noi la relazione gratuita, che possiamo accoglie e condividere con gli altri. E così si esprime la qualità autentica della vita umana.

Questa corrente d’amore ci coinvolge nell’esercizio della vita. Rimanere in questa corrente d’amore significa trovarsi coinvolti nella gratuità di relazioni che danno alla nostra vita, nella sua interezza, tutto un nuovo significato, un nuovo linguaggio. Qui è veramente investita tutta l’impalcatura del nostro vissuto in modo tale che ci troviamo come trascinati in una prospettiva che fa di questa nostra vita, con tutti i guai che si porta appresso, una vocazione alla gratuità dell’amore. Non come un’aggiunta artificiosa, non come un’ipotesi saltuaria: ogni tanto facciamo un atto d’amore, un gesto generoso, magari gratuito. Ma è tutta la nostra vita che è rielaborata intrinsecamente, in modo tale che, con Gesù, siamo rieducati in tutti gli aspetti del nostro vissuto, per imparare a vivere nella gratuità dell’amore.

Gesù ci parla dell’amicizia, tenendo conto della nostra condizione mortale. Ed è nella miseria di questa nostra umanità segnata dal male, che condivide con noi il «segreto» del Padre. E noi ci troviamo coinvolti in questa novità per cui possiamo fare della nostra vita una risposta d’amore e, di fatto, stiamo già sperimentando come in questa nostra vita è custodita la gratuità dell’amore. È il «segreto» del Padre. Gesù ci parla «dell’amicizia» perché non siamo servi ma amici. Con gli amici è condiviso il «segreto», è condiviso il motivo per cui il Padre si compiace del Figlio che è passato attraverso la nostra condizione umana nella gratuità della sua offerta d’amore e noi ci siamo dentro! Noi, ciascuno di noi, il nostro cuore umano è attraversato da questa «Parola» creativa che fa di noi degli amici di Gesù. Così amici che, ormai, siamo in grado di far festa con Lui di domenica in domenica, sino alla festa che non avrà mai fine.

Nella prima parte del Vangelo di Giovanni, il titolo di «amico», viene dato a due personaggi: a Giovanni Battista, in Gv 3, 29 dove si parla della «gioia» che il Battista sperimenta perché è l’amico dello sposo, perché egli «diminuisce» ma il Messia «cresce». E’ la «gioia», la «festa» dell’amico. E poi il titolo di «amico» viene dato nel cap 11 e nel cap 12, a Lazzaro, l’amico «ammalato». Lazzaro è l’amico che «impara a morire per la gloria di Dio», perché questo vuol dire essere «amici» di Gesù, amici che fanno festa al momento in cui si stanno «consumando» per amore. E, questo «consumarci» alla maniera di Giovanni Battista, è motivo di gioia, perché Gesù ci insegna che in questo nostro consumarci c’è il motivo per far festa. Anche la malattia di Lazzaro è una malattia per la gloria di Dio. Gesù piange sul sepolcro di Lazzaro, lo richiama alla vita e diventa suo commensale. Nella sua casa di Betania si compie l’unzione di olio profumato da parte di Maria, si sperimenta la dolcezza della comunione che pervade il cuore umano quando è irrorato dalle lacrime dell’amicizia, quando è irrorato dal profumo dell’amore.

Il Figlio che è «disceso» ed è «risalito», che è entrato nella «Gloria del Padre», continua a trasmettere a noi, nella povertà del nostro cuore, quella «Parola» che ci educa alla gratuità. La storia d’amore di cui Gesù ci ha parlato è la storia della nostra vita quando la condividiamo con Lui. E già iniziamo a far «festa».

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