Lectio Divina: “O Trinità beata, Luce, Sapienza, Amore”

Bibbia

Tema principale della liturgia

Dio si manifesta nella storia come Padre creatore, Figlio redentore, Spirito santo vivificatore. La solennità della Santissima Trinità si colloca quando ricomincia il tempo ordinario della liturgia e della nostra vita, a significare che l’ordinarietà quotidiana è vissuta dal cristiano nella comunione delle Persone divine che abitano il nostro cuore e ci accolgono nella loro relazione d’amore. La prima lettura, tratta dal Deuteronomio, si concentra sull’elezione e la vocazione del popolo di Dio, chiamato a rinnovare l’Alleanza per essere felice. Il salmo 32, che celebra un lungo inno di lode a Dio creatore e Signore della storia, ci fa cantare la beatitudine di appartenere al Signore: “Beato il popolo scelto dal Signore”. La seconda lettura, tratta dalla lettera di san Paolo ai Romani, ci presenta in un frammento, la teologia trinitaria paolina: in Cristo Gesù, il Figlio crocifisso e risorto, abbiamo ricevuto lo Spirito santo che ci rende figli adottivi, per mezzo del quale possiamo gridare: “Abbà, Padre”.

Il testo evangelico è tratto dai versetti che concludono solennemente il Vangelo di Matteo e quasi ricapitola i temi di tutta la sua opera: l’intronizzazione regale e la potestà universale del Risorto, il mandato missionario alla Chiesa, la chiamata alla salvezza di tutti i popoli, che con il battesimo sono immersi nella vita trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, e si conclude con la promessa che Gesù sarà con noi sino alla fine del mondo. Il battesimo si configura come la prima radicale rivelazione del mistero trinitario che trasforma la persona in figlio e figlia di Dio.

Andate e fate discepoli tutti i popoli

16 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. 17 Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. 18 E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. 19 Andate dunque e fate discepoli tuti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, 20 insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»”.

Il nostro testo descrive la situazione dei discepoli dopo la risurrezione che adorano Gesù ma anche dubitano ed è proprio la nostra condizione umana che qui è presa in considerazione. È la nostra condizione umana con tutte le sue incertezze, i dubbi e gli elementi di fragilità che la minacciano e la rendono così precaria ed esposta a tutti gli inconvenienti. Sono chiamati discepoli e non apostoli e sono undici, ma non è un caso che il testo dica undici. Poteva dire dodici, perché poi veniamo a sapere che a un certo punto c’è stato un dodicesimo che è stato recuperato: Mattia. Sono dodici ma qui è detto undici, dunque traballanti. Undici così, un po’ scorticati dagli eventi, un po’ preoccupati di riparare i guasti ben sapendo di non riuscirci. E questi undici sono ritornati in Galilea. Tutto era cominciato in Galilea: basta vedere il capitolo 4 di Matteo in cui si parla della Galilea delle genti, un luogo oscuro considerato come una periferia immonda, indegna, inquinata. E, d’altra parte, è proprio nell’oscura brutalità della storia umana che è spuntata la luce. Il primo annuncio del Vangelo del Regno di Dio è cominciato proprio in Galilea. Il Regno di Dio è l’Evangelo della paternità di Dio, la rivelazione della paternità di Dio. E qui, alla fine del Vangelo secondo Matteo i discepoli sono ritornati in Galilea. Sul monte che Gesù aveva loro indicato. Notiamo si parla di Gesù, si cita proprio il nome di Gesù, che dice la relazione fraterna con Gesù, la dolcezza del nome di Gesù, che ci stabilisce in una comunione che è quella della Trinità.

Gesù è risorto, Gesù è vivente, Gesù è glorioso, Gesù è intronizzato, Gesù è il sovrano, Gesù è il Messia ormai onnipotente e immortale. Gesù, una relazione fraterna con Gesù. E Gesù annuncia la buona notizia della paternità di Dio che, a conclusione del Vangelo di Matteo, trova un immediato riscontro in modo da orientare il cammino della Chiesa e della nostra vita, da una Galilea a quell’altra, da una scorticatura a all’altra, da un traballamento a all’altro, da un inciampo a all’altro, ma sempre nel riferimento a Gesù.

Si parla di un monte, ma più volte nel Vangelo secondo Matteo compaiono, in diversi momenti, delle scene nelle quali Gesù ha a che fare con montagne che, in una maniera o nell’altra, concorrono a caratterizzare la sua autorità, l’autorità del Figlio. Ricordiamo il monte del «Discorso delle beatitudini», dove Gesù seduto ammaestra i discepoli. Il monte esprime l’autorità del Maestro. Poi, al capitolo 14 v 23, troviamo Gesù sulla montagna in solitudine a pregare, il dialogo a tu per tu con il Padre, nella conversazione che è il filo conduttore interiore del suo vissuto nel cammino in questo mondo. E più avanti, nel capitolo 15 vv 29-30, Gesù ancora sul monte ed ecco che quella montagna diventa il luogo di incontro per una moltitudine di gente ammalata, derelitta, sciancata: “Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati”. Queste montagne sembrano tutte una sopra l’altra: l’autorità del Maestro che parla con eloquenza del «Discorso della montagna», l’autorità dell’orante solitario, il Figlio a cuore aperto nella comunione intima e segreta con il Padre nello Spirito. L’autorità del medico che accoglie, in quella sua solitudine orante, in quella sua comunione con il Padre, l’umanità derelitta in tutte le sue manifestazioni. Una folla immensa, tutto il dolore umano accolto nel grembo della paternità di Dio.

C’è ancora una montagna che troviamo al capitolo 17, è la montagna della Trasfigurazione, quando è proprio la voce del Padre che dichiara ai discepoli: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo». Ascoltatelo perché è Lui che vi rivela la mia paternità. È questa la sua autorità. Non è l’autorità di chi grida, di chi esercita un potere di ordine civile o di ordine militare o politico. È l’autorità del Figlio in quanto la paternità di Dio trova in lui motivo di compiacersi.

La buona notizia della paternità di Dio è donata a noi, testimoniata, realizzata attraverso la presenza del Figlio. In questa sua figliolanza Gesù è autorevole, fissa per noi il monte dell’appuntamento finale. E quella relazione di familiarità con lui, una relazione fraterna con cui possiamo chiamarlo per nome: Gesù, fa tutt’uno con un atto di obbedienza nei confronti della sua autorità. Non c’è nessuna contraddizione tra la comunicazione fraterna e familiare con lui e l’ossequio che merita la sua autorità in quanto l’Evangelo della paternità di Dio trova, in lui, il testimone vivente.

La nostra realtà umana è nel grembo del Padre. Ed ecco, Dio nostro Padre vuole dimorare con l’inesauribile fecondità della sua vita, nella nostra condizione umana. E, questo, non in modo generico ma nel povero cuore umano di ciascuno di noi. Nel cuore mio. Questo Figlio, che è all’opera per la conversione del cuore umano, è veramente il Pastore che ci conduce e ci introduce nel mistero della Trinità di Dio.

Il versetto 18 è molto eloquente: “Gesù, avvicinatosi, disse loro“. È proprio la vicinanza di Gesù nel momento in cui si è distaccato, è stato intronizzato, se n’è andato, ma rimane con noi, vicinissimo e ci introduce nell’intimo della vita di Dio. E’ il battesimo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo che ci ha immersi in questa vicinanza con Dio. Proprio nella comunione della vita trinitaria noi siamo battezzati, siamo immersi, siamo introdotti nell’intimo di Dio. È lui, Gesù, che introduce nel nostro cuore umano la rivelazione travolgente e gioiosa di Dio che è Padre e, in Lui ci rende figli e nello Spirito ci ha rende partecipi della comunione d’amore. Nel cuore dei discepoli, la vicinanza di Gesù ci rivela la paternità di Dio, il Dio con noi. È lui il Messia, il pastore, il medico, l’amico, il figlio che introduce nei luoghi più nascosti del nostro cuore umano la rivelazione del mistero immenso di Dio, infinito e trascendente, che vuole dimorare in noi. È l’Emmanuele, Dio con noi.

Poi Gesù raccomanda ai discepoli di ammaestrare, qui troviamo il verbo μαθητεύω (mazeteo) far diventare discepoli, cioè educare nel discepolato. Coloro che man mano diventano discepoli possono poi educare altri nel discepolato.

C’è un personaggio che è educato nel discepolato alla fine del capitolo 13 di Matteo, nel «Discorso delle parabole»: «Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Il discepolo è divenuto sapiente del mistero di Dio, cioè ha imparato a gustare la gioia, ha imparato a vivere nella gratuità di questa gioia, ha imparato a camminare, traballante eppure determinato e sempre educato, oltre ogni possibilità umana, nel discepolato. E così dice a noi discepoli di insegnare tutto ciò che ci ho comandato, cioè la mia eredità, tutto ciò che io ho lasciato a voi, tutto ciò che è testimonianza mia, deposito mio, parola mia, presenza mia! Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». E si parla della fine del mondo». se ne parla ancora nel «Discorso in parabole». Capitolo 13 vv 39-40, la parabola del campo, il buon grano così avverrà alla fine del mondo. La mietitura! La mietitura del raccolto. E quella mietitura è già anticipata nella gioia del Vangelo che abbiamo ricevuto e che trasmettiamo. La nostra realtà umana è ormai a dimora nel grembo del Dio vivente. È nelle vicende della storia umana e nel vissuto di ognuno di noi, che penetra con indefettibile urgenza la novità dell’Evangelo, la paternità di Dio che ci raggiunge mediante la gioia sovrabbondante, inesauribile che sperimentiamo nell’accogliere, riconoscere e amare, in noi, Gesù come il Pastore della nostra vita, che ci conduce nel grembo della Trinità Santa.

Ogni attimo della storia umana, ogni componente della storia umana, ogni sviluppo della storia umana è «oggi», nell’«oggi» della comunione tra il Padre e il Figlio. Il Figlio in ascolto e il Padre che si compiace di lui. E lo Spirito che ci rende partecipi della conversazione tra Padre e Figlio, e ci coinvolge nell’impegno di collaborare con la Trinità nello svolgimento della storia umana, perché diventi storia di salvezza. Noi nella Trinità!

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Liturgia del Giorno

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