Lectio Divina : “Abbi pietà di me… che io veda di nuovo”

Bibbia

Domenica XXX Tempo Ordinario, anno B

Siamo agli ultimi versetti del capitolo 10 del Vangelo secondo Marco, e Gesù ormai sta per giungere a Gerusalemme. Passa per Gerico e mentre se ne sta allontanando un grido accorato lo raggiunge e lo ferma. Chi grida si rivolge a Lui con un titolo messianico e chiede di poter riavere la vista, di poter vedere la luce ed essere di nuovo illuminato. Questo cieco rappresenta ogni persona che intraprende la via della fede, alla ricerca di Dio. Cerca la luce della fede, che permette di aprire gli occhi sul mistero invisibile che in Gesù si è fatto visibile e vicino ad ogni persona. Nella prima lettura, tratta dal profeta Geremia, il popolo esule a Babilonia sarà riportato a Gerusalemme tra canti di gioia, per iniziare una vita nuova, in cui Dio sarà luce per i ciechi, un Padre per Israele. Nella seconda lettura che continua il testo della lettera agli Ebrei, Dio Padre dice a Cristo: “Tu sei il mio figlio, oggi ti ho generato”. In Lui noi abbiamo ricevuto l’adozione a figli, mediante la sua Pasqua. Egli è un sommo sacerdote misericordioso e fedele.

Gesù e i discepoli giungono a Gerico

Gerico è la più antica città dell’area mediorientale, e il suo nome significa “luna”, la strada per salire a Gerusalemme passava per Gerico. Questa città, nella storia della salvezza, è una località che riveste un’importanza specialissima. La traversata del Giordano, a suo tempo, ebbe come prima località di riferimento Gerico, che è come la soglia da attraversare per entrare nella terra promessa. E a Gerico troviamo un cieco del quale sappiamo anche il nome: Bartimeo. E’ un mendicante che sta lungo la strada, ma il testo greco dice che era fuori strada, quindi inchiodato in una condizione che non portava da nessuna parte: immobile. Sta sulla soglia ma non può prendere la strada. La soglia non è soltanto riconducibile a un confine geografico ma sta proprio a raffigurare l’accesso alla vita nuova, a quella novità di Dio che è l’Evangelo. Bartimeo si trova ancorato fuori strada, proprio là dove è predisposta la soglia per entrare. Ma per lui, cieco, quella soglia non è valicabile. La sua è una condizione esemplare, Bartimeo è una figura emblematica per la nostra condizione di creature, trascinate fuori strada dalla cecità spirituale del peccato.

Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!

Gesù di Nazareth passa proprio di là dove Bartimeo è inchiodato in una situazione apparentemente immutabile, immobilizzato. Ma questo passaggio di Gesù suscita nel nostro Bartimeo il sussulto di un ascolto che può esprimersi soltanto nella forma di un grido. E il suo grido arriva sino a Gesù, nonostante la folla. In Bartimeo c’è una percezione uditiva, non ha le idee molto chiare e neanche gli giunge un messaggio molto preciso, ma percepisce un po’ di tumulto, un po’ di confusione, ci sono degli schiamazzi, c’è una folla che si avvicina a lui e l’oltrepassa. Il testo dice che il cieco avendo sentito che c’era Gesù di Nazareth, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

E che cosa nasconde, ed anche che cosa rivela questo grido? La reazione di quelli che gli sono più vicini è molto istruttiva per noi: questo grido è un disturbo, il cieco è un uomo scomposto. Ma è cieco, è inchiodato, non può muoversi. Potrebbe dare gomitate, buttarsi allo sbaraglio, potrebbe imprecare! No, qualcosa sta risuonando dentro di lui, è risuonata in lui una voce, come quella che all’inizio del Vangelo di Marco, grida nel deserto. Notiamo un particolare importantissimo nel v 47: “cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù…”. Chiama Gesù per nome. Nel racconto evangelico il nome di Gesù, nel contesto di una conversazione, compare solo altre due volte. Al cap 1, v 24 in cui un uomo posseduto da uno spirito immondo, nella sinagoga di Cafarnao, si rivolge a Gesù dicendo: Che voi da noi, Gesù di Nazareth, sei venuto a rovinarci? Il nome di Gesù è citato soltanto per disprezzare una familiarità impossibile: Tra te e noi cosa ci può essere di comune? Più avanti nel cap 5 v 7 siamo ancora alle prese con un indemoniato che dimora tra i sepolcri al di là del lago, che si rivolge a Gesù in questi termini: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio di Dio altissimo! Ti scongiuro, non tormentarmi, vattene!». Che c’è tra me e te? Una comunicazione che si prospetta come rovinosa. E, dunque, il nome di Gesù è proclamato per protestare, per rimarcare l’abisso della separazione con il male.

Invece Bartimeo, attribuisce a Gesù un titolo messianico: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Nel suo cuore si apre uno spiraglio contemplativo: Costui è certamente il Messia. Bartimeo non ci ha ragionato tanto sopra. Ma noi possiamo ben chiedercelo e l’interrogativo diventa non solo provocatorio, ma suggerisce tutto un modo di intendere le cose. C’è qui come una familiarità di Gesù con il cieco, una specie di condivisione con Gesù della sua condizione di sofferenza. Gesù è il nome che indica una comunicazione diretta, aperta. Nel Vangelo c’è chi si rivolge a Gesù chiamandolo «Maestro»; c’è chi lo chiama «Rabbì»; c’è chi lo chiama «Signore». Ma chiamarlo direttamente per nome: Gesù, vuol dire essere coinvolti in una relazione di fraternità, di amicizia, di solidarietà, di vicinanza. C’è dunque una familiarità nella miseria con Colui che passa, e si chiama Gesù.

Gesù si ferma. E questo suo modo di fermarsi è ciò che definisce la sua identità. Gesù è davvero un povero servo. Si è fermato in relazione a quel grido, in obbedienza a quel grido, si è fermato là dove la miseria umana è il territorio che lui vuole attraversare. Il suo Nome è il suo vero segreto. Il Nome, non solo come appellativo anagrafico, ma il Nome come segreto. Là dove il Figlio è in ascolto della Voce. Là dove nel suo segreto, il Figlio, è testimone della paternità di Dio. È così che si rivela la sua figliolanza. Ma così si rivela anche la sua regalità. E dal momento che Gesù si è fermato, è lui che chiama: «Chiamatelo!». E ora la gente non lo emargina più ma gli dice: «Coraggio! Alzati, ti chiama!».

Bartimeo chiamato da Gesù

È Gesù che chiama, e Bartimeo, subito: “Gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. La scena è veramente impressionante, perché come sappiamo per altra via, quando qualcuno è ridotto alla mendicità, vuol dire che non ha più altro vestito se non il mantello. Il mantello è l’unico abito che gli è conservato, anche in base a una precisa disposizione della «legge mosaica» per un mendicante. Non ha più niente, solo il mantello. Eppure lo getta via per correre meglio da Gesù! E balza in piedi. Un salto. È cieco, ma come fa? Un salto? Una corsa? Nudo? E’ tutto questo insieme. E inizia una conversazione con Gesù. che assume proprio una caratteristica molto provocatoria anche per noi, al v 51: “Rispondendo Gesù disse…”, vuol dire che è in atto una conversazione, una conversazione che viene da lontano, per cui Gesù e Bartimeo erano già in conversazione tra di loro quando ancora non si conoscevano, è la partecipazione al dialogo interno al mistero di Dio. Per cui, quando Bartimeo è lì, davanti a Gesù, si sviluppa quella conversazione che per vie nascoste, misteriose, era già attivata da Dio, mentre Bartimeo era inchiodato nella sua miseria.

E ora Gesù dice: «Che [cosa] vuoi che io ti faccia?». Ricordiamo che questa è la stessa domanda che aveva rivolto a Giacomo e Giovanni: «Cosa volete che io faccia per voi?» (Mc 10, 36). Per il fatto stesso che Gesù sta passando, e questo suo modo di attraversare la miseria umana, fa sì che sia attivata una conversazione che raggiunge, in maniera misteriosa ma inesauribilmente efficace, ogni cuore umano, nella sofferenza. E il cieco dice a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». Tradotto alla lettera significa: «Che io possa guardare verso l’alto!».

Questo è lo sguardo di Gesù, il Figlio. E se adesso Bartimeo chiede di guardare verso l’alto senza neanche essere perfettamente consapevole di quello che sta chiedendo, significa che sta chiedendo a Gesù di rendere possibile anche lui entrare nella figliolanza di Gesù: «Che io possa guardare verso l’alto come guardi tu, che sei il Figlio!». Guardare verso l’alto è entrare nel segreto del Figlio, Gesù. Un segreto che può essere finalmente auscultato, contemplato, con cui possiamo entrare in relazione, una relazione di vita con Gesù. E Gesù gli dice: «Va’, la tua fede ti ha salvato».

Bartimeo si mise a seguirlo sulla strada

E come se dicesse a Bartimeo che la fede sta in quel suo modo di gridare, in quella nudità che chiama per nome il Signore vivente. E quel verbo «gridare» compare per l’ultima volta nel Vangelo secondo Marco, al cap 15, v 39. Proprio questo stesso verbo, «krasin». E chi è il soggetto che grida? E’ Gesù e il centurione che gli sta di fronte, [avendolo visto che gridava] in quel modo, disse: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!». Infatti Gesù dando un forte grido, è spirato. Questo centurione, pagano, è come introdotto nella vocazione profetica, ci annuncia che tutto quello che nella condizione umana è la nudità, la nudità del Crocifisso, di creature limitate fino alla morte, Gesù l’ha preso su di sé.

Possiamo dire che mentre i discepoli vengono meno, c’è in noi un discepolo nascosto e sconosciuto, che si chiama Bartimeo, che ci rappresenta tutti. C’è un discepolo che già è in cammino sulle strade del mondo. Infatti, alla fine del nostro brano, che poi è anche la fine del capitolo e della sezione, si dice che Bartimeo riacquistò la vista e prese a seguire Gesù per la strada. Seguire è il verbo del discepolato! Notiamo che questo accenno che chiude il capitolo 10, «sulla strada», ritorna. Colui che nel v 46 era impossibilitato a muoversi, era «fuori strada», ora invece cammina sulla strada da discepolo, segue Gesù, è il discepolo sconosciuto che è in cammino su tutte le strade del mondo.

E c’è già nel cuore umano uno spiraglio contemplativo che si apre al passaggio dell’Evangelo! Gesù sta passando nella nostra vita, sulla strada che non riusciamo a percorrere. Anche se in modo da restare, molto spesso, indecifrabile e sconosciuto, Gesù passa e attraversa la nostra strada, la nostra vita! È l’Evangelo che bussa, l’Evangelo che preme, l’Evangelo che vuole irrompere per dimorare nel cuore umano. È certamente per noi che passa e ci permette di sollevare alta la testa, sollevare lo sguardo, perché è giunto per noi il tempo propizio per credere nell’Evangelo.

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